lunedì 3 ottobre 2011
Seguendo la scia dei ricordi
Non so se vi è mai capitato.
Ci sono delle cose che ti segnano per la vita. Ce ne sono altre che rimangono per sempre nel tuo cuore.
Io, quattro anni fa, il 10 Marzo 2007 ho cominciato una vita completamente differente da quella che ho avuto qua nella mia piccola città di provincia: sono partita a Londra e tutto è entrato in una dimensione differente da quella che aveva qua. La vita a Londra è bella, è un mondo diverso dal nostro e tutto sembra più a portata di mano.
Ho cominciato a ragionare da Londoner e giuro, mi piaceva.
Il problema si è posto quando ho visto che le persone che mi stavano vicino non era contente di me e che quelle stesse persone mi hanno scaricata quando ne ho avuto bisogno per seguire i rispettivi compagni. Sono una persona oggettiva e ammetto che una parte di colpa ce l'ho anche io. Ma essere tradita da una persona che ti è stata vicina per dieci anni ti fa male.
Specialmente se quella stessa persona permette al suo ragazzo di farti pagare uno sproposito di affitto solo per stare meglio loro e poter fare il cavolo che volevano.
Ma non è di questo che voglio parlare.
Quando sono entrata nel mood londoner, ho dimenticato le piccole cose che mi piacevano della mia città.
Alle volte ti rendi conto che voi scappare. DA qualcosa, da qualcuno, dai tuoi ricordi più brutti. L'unica cosa che vuoi fare è andare via, lontano da tutto, da tutti. E ti rendi conto che la città che è stata la tua culla di vita è sempre stata una piccola perla.
Ci sono le passeggiata in piazza d'Italia completamente deserta il sabato notte, perchè tutta la gente comincia a rinchiudersi nei bar di via Roma, pieni di luci, odori, musica e colori. C'è il Palazzo di Provincia, che se che sovrasta Piazza d'Italia con il suo orologio alle volte rotto, o indietro di tre ore, alle volte puntuale meglio di un orologio svizzero. Quello stesso palazzo che copre quell'aria di piazza che noi sassaresi chiamiamo Provincia.
Quando sono tornata per un tempo lungo, quando ho deciso che se c'è un posto che chiamo casa è questo, che i miei fantasmi non si possono scacciare scappando, ho guardato la mia città con occhio diverso: io ero cambiata. Ed era cambiata anche lei.
Le strade erano piene di persone anziane, di mamme incinte, di coppie sposate.
Alcuni amici rimasti si erano fidanzati seriamente e magari erano ad un passo dalle nozze.
E tutto ciò che mi legava al mio passato era stato cancellato. Piazza Castello, il centro delle mie giornate assieme alle mie amiche, posto dove i giochi si tramutavano in risate che ti facevano quasi piangere e ti facevano venire il mal di pancia, Piazza Castello con le sue panchine e el aiuole tonde dove ci si sedeva se non c'era posto e dove io mi davo appuntamento con le mie due amiche, è cambiata radicalmente. Non c'erano più i posteggi dove mettere le moto e dove qualche incivile parcheggiava la macchina; non c'erano più le panchine e le aiuole tonde, ma solo una distesa di cemento che univa i due lati della strada rendendola un'unico blocco, con delle panchine abbozzate intorno agli alberi.
Il giardino segreto, quello con il busto del re era chiuso e non si poteva più vedere, perchè sotto quella piazza dove io ridevo e giocavo era stata sepolta una storia lung secoli, fatta di resti, cunicoli, reperti che raccontano di tempi che non esistono più.
Piazza d'Italia aveva rifatto il trucco: marmo rosa per il pavimento, una grande aiuola recintata al centro per mettere in risalto la statua del re Vittorio Emanuele II re d'Italai e costruttore di quella piazza.
L'emiciclo Garibaldi era stato rinnovato: parcheggi sotterranei e una piazza vera e propria, non più un marciapiedi striminzito nel quale camminare a fatica perchè era tutto dissestato.
E piazza Fiume... Tutti quei luoghi di raccolta e di ritrovo con gli amici prima di lasciare Sassari nel 2007 erano di nuovo davanti a me, ma cambiati, migliorati finalmente.
Sassari si stava facendo bella già quando stavo partendo, ma immaginavo che fosse qualche cosa di superficiale e non di così radicale.
Sono tornata, come ho detto, perchè devi vagare per capire che casa è quel posto da cui scappi- come dice Ivan Benassi in Radio Freccia- ed è, contemporaneamente, l'unico posto dove vuoi realmente stare.
E quando vedi che quel posto che chiami casa è cambiato, ti senti come un figlio che è stato lontano per tanto tempo dalla casa dei suoi genitori e la scopre differente, più bella, più accogliente e calda di come la ricordava: insomma, più casa e più familiare di prima.
Forse sarà il tempo lontana che mi ha resa più sentimentale, ma una cosa la sò. Guardando ogni singolo tratto della mia città, vedo che il mondo è cambiato, almeno quel piccol microcosmo che chiamo mondo e invece è solo Sassari.
sembra quasi che mi volesse dimostrare che io me ne stavo andando perchè ero stufa dei suoi posti simili, ma lei era capace di cambiare anche dopo tanto tempo. E quando sono tornata, con la paura di soffrire vedendo quei luoghi in cui ho passato la mia adolescenza, lei mi ha stupito e si è mostrata differente, quasi mi volesse dire:
"Ok! Tu hai le tue rughe. Io ho le mie. Tu hai le tue esperienze, io ne ho un vagone più grande e più carico. siamo cambiate tutte e due! quello che hai lasciato a Londra non c'è più. Ha lasciato la tua vita forse per sempre, ma non devi abbatterti. Rinnovati, cresci, anche se è difficile e non smettere di sogare, come facevi prima di partire. Perchè con quei sogni sei cresciuta e sei dviventata la donna che ora sei. Nel bene e nel male!"
Non sono sentimentalismi. Questo è un modo per capire che il passato è passato, che ciò che è fatto è fatto e nulla si può cambiare (Jack Shephard docet) e ciò che ci ha fatti soffrire ci può solo rendere più forti. Ogni cicatrice ci rende più belli: i chili in più testimonianza di quel bisogno d'affetto che cerchi disperatamente; il non riuscire a dire più la tua migliore amica, perchè sai che gli amici sono tutti uguali e che, soprattutto sono solo esseri umani e hanno quella vasta gamma di emozioni che contraddistungue ognuno di noi e ci rende unici e speciali, o l'ennesimo essere tra tanti; il mio non fidarmi di un uomo; la schiena che comincia a farmi male quando sto troppo chinata sul computer; la mia cervicale e i dolori della sinusite...
Tutto ciò mi rende bellissima, perchè ognuno di questi segni, di queste cicatrici del corpo o dell'anima, mi rende una persona che ha una parte nel suo mondo, che sa di essere un numero, ma lotta per non esserlo più.
Una persona che davanti alla pizzeria dove comprava la pizzetta al taglio, anni fa, con le sue amiche , si ritrova a sorridere, ricordando quando tutto era diverso, quando lei era diversa e non conosceva il mondo e le sue sfumature che vanno dal bianco al nero e racchiudono la più vasta gamma di colori nel mezzo.
E assaporando una semplice pizzetta con le patatine -senza l'aggiunta perchè ora si paga anche quella- seduta, guardando il Palazzo di Provincia, mi commuovo vedendo il tricolore proiettato sopra, pensando quando a capodanno mettevano la pista di pattinaggio e io cadevo miseramente mentre il mio ragazzo mi insegnava a pattinarci; quando nevicava e bisognava camminare tutti assieme a braccetto per non cadere, salvo poi cadere come le pedine del domino quando una metteva il piede in fallo; le scarpe dei ragazzi che volavano per la piazza mentre giocavano a calcio; le manifestazioni e il pogo in piazza quando c'era la giornata dell'Arte e si facevano i concerti; il primo bacio rubato; i balli sardi il giorno della Cavalcata. I miei genitori che incontravano gli amici e piazza talmente piena di gente che era facile perdersi. E nessuno ti rapiva allora, ma chi ti trovava ti riportava dai tuoi genitori sorridendo delle tue lacrime e cercando di tranquillizzarti.
Possibile che una sola pizzetta ti ricordi questo? Sì! credo di sì!
Nulla è bello come il ricordo sollevato da un sapore, da un profumo, da un rumore: sono mattoncini che compongono il muro della vita.
Un muro altissimo a seconda della durata della vita.
E che io, anche inquesto momento di statsi sto tirando su, giorno per giorno, con i sorrisi di mia nipote, lo scodinzolio del mio cane, le battutacce di mio fratello e la disapprovazione di mia cognata, le liti con mio padre e mia madre e i sorrisi quando tutto passa.
Questa è la vita. E ogni volta che sento il IO CREDO di Ivan Benassi, mi rendo conto di quanto sia grande...
"Anch'io credo. Credo nelle rovesciate di Bonimba, o nei rave di Kate Richard; credo al doppio suono del campanello del padrone di casa che vuole l'affitto ogni primo del mese; credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi; credo che un Inter come quella di Corso Mazzola Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa; credo che non sia tutto qua però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sà che crederò prima o poi in qualche Dio; credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con 300 mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose; credo che c'è un buco grosso dentro, ma anche che il rock'n'roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici..beh, ogni tanto questo buco me lo riempiono; credo che la voglia di scappare da un paese con 20 mila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi nemmeno se sei Eddy Merckx. Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri perchè comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri..."
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